Passa ai contenuti principali

Marijuana: coltivazione ad uso personale è reato

Con sentenza del 21 settembre 2017 numero 43465, la IV Sezione della Suprema Corte ha statuito che la coltivazione costituisce di per sé reato a prescindere dallo scopo per il quale viene posta in essere, quindi anche nel caso in cui si tratti di coltivazione ad uso personale, in quanto nel caso di coltivazione viene meno il nesso di immediatezza con l'suo personale. Tale orientamento trova il suo riscontro in precedenti pronunce della Corte Costituzionale, la sentenza 24 luglio 1995, numero 360; sempre della Consulta la pronuncia 20 maggio 2016 numero 109 e l'orientamento espresso dalle Sezioni Unite con sentenza 24 aprile 2008 numero 28605.

La vicenda

La Corte di Appello confermava la sentenza di primo grado in cui l'imputato veniva condannato per il delitto di coltivazione di 20 piante di marijuana; avverso tale pronuncia era proposto ricorso per Cassazione, in quanto vi era stata la violazione dell'articolo 73, comma 5 D.P.R numero 309/1990; l'imputato, in modo particolare, dubitava della legittimità costituzionale dell'articolo 73 I comma Legge 309/1990, sostenendo che laddove sia stato provato l'uso strettamente personale della sostanza, non vi può sussistere alcun pericolo alla diffusione della sostanza e quindi nessuna offesa al bene giuridico protetto, l'imputato lamenta altresì il contrasto con gli articoli 3, 13, 25, comma II e 27, comma I, della Carta Costituzionale.

Reato di coltivazione, nessuna incostituzionalità

La IV Sezione della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarando manifestamente infondata la questione di costituzionalità. Gli Ermellini hanno sottolineato come nel ricorso in Appello non veniva specificato la finalità personale della coltivazione ed anzi i Supremi Giudici evidenziavano come la fattispecie contrastava con la cessione a terze persone della sostanza; tale pronuncia rievoca quella già pronunciata dalla Consulta, la quale osservava che nel caso di coltivazione, era omesso il nesso di immediatezza con l'uso personale, facendo rientrare nella discrezionalità del Legislatore anche la scelta volta a non agevolare condotte finalizzate all'approvvigionamento di sostanze stupefacenti, per uso personale. Inoltre l'attività di coltivazione possiede una maggiore potenzialità diffusiva delle estraibili sostanze stupefacenti; a tale orientamento è da aggiungersi anche quello delle Sezioni Unite che con pronuncia 28605/2008 hanno statuito che la coltivazione delle piante dalle quale siano estraibili sostanze stupefacenti costituisce reato a prescindere dalla circostanza che l'uso della sostanza sia personale ovvero no.

Dai citati orientamenti si evince la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale avanzata, senza tralasciare che i giudici di merito sottolineavano che si trattava di ben otto piantine, dotate di potere drogante ed idonee a produrre la sostanza stupefacente.

Commenti

Post popolari in questo blog

Divorzio: niente assegno per chi guadagna più di mille euro

Divorzio: niente assegno per chi guadagna più di mille euro Per il Tribunale di Milano parametro di riferimento per stabilire si vi sia una autosufficienza economica può essere la soglia reddituale prevista per accedere al patrocinio a spese dello Stato Già con la recente sentenza  n.  11504/2017  la Corte di Cassazione aveva (definitivamente?)  abbandonato il criterio del tenore di vita  per stabilire se l'ex coniuge avesse diritto (e in che misura) all' assegno di mantenimento  (Vedi:  Divorzio: la Cassazione dice addio al tenore di vita. Ecco le motivazioni ). La Cassazione aveva dato rilevanza piuttosto al criterio della " indipendenza economica ". Una nuova pronuncia, del Tribunale di Milano, sembra ora aver tirato in ballo un nuovo criterio di valutazione: quello dell'" non autosufficienza economica " che dovrebbe costituire una sorta di perfezionamento del criterio della " indipendenza economica" . Cerchiamo di ricostruire le tappe di qu...

Responsabilità medica: cosa fare prima di agire in giudizio

I pazienti che ritengono di essere stati  vittima di un errore sanitario , prima di procedere con l'azione giudiziaria nei confronti del medico o della struttura sanitaria (o delle loro assicurazioni) devono svolgere alcune indispensabili attività preliminari. Consulenza di parte Innanzitutto è necessario rivolgersi a un medico  specialista del settore  della medicina di interesse per chiedere una consulenza volta a valutare l'effettiva sussistenza di un errore tale da giustificare un risarcimento. La medicina, infatti, non è una scienza esatta e talvolta si tende a imputare all'inadeguato operato del medico una conseguenza di una terapia o di un intervento che, in realtà, non poteva essere evitata o che, comunque, non è imputabile al sanitario. Chiedere la consulenza di uno specialista, eventualmente in affiancamento al proprio avvocato, eviterà quindi di fare un buco nell'acqua. La richiesta di risarcimento Una volta che si è acquisito un valido fondamento per la prop...

Cassazione: reato non mantenere i figli indipendentemente dall'età

Per la Cassazione va punito il mero inadempimento degli obblighi stabiliti dal giudice anche verso i maggiorenni, purché economicamente non autonomi Lo ha precisato la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, nella sentenza n. 8883/2018 (qui sotto allegata) respingendo il ricorso dell'imputato e confermando la sua condanna per il reato di cui agli artt. 12-sexies della legge n. 898/1970 e 570, secondo comma, del  codice penale . La vicenda Questi aveva ripetutamente  fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore , affidato alla madre, omettendo di versare la somma mensile fissata per il mantenimento dal Tribunale con la sentenza di  divorzio .  In Cassazione, l'imputato deduce l'illegittimità della pena applicata avendo la Corte d'appello operato un'errata commistione tra la disciplina di cui agli artt. 570 c.p. e 12-sexies legge cit. nel dare quantificazione alla pena. La difesa sostiene che l'art. 12-sexies cit. operi un richiamo al primo e non al se...